IL MAESTRO E MARGHERITA

DAL 31 OTTOBRE AL 3 NOVEMBRE_MUSE

di Michail Bulgakov
riscrittura Letizia Russo

regia Andrea Baracco

con Michele Riondino, Francesco Bonomo, Federica Rossellini
e con Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Simone De Angelis
musiche originali Giacomo Vezzani
aiuto regia Maria Teresa Berardelli

Teatro Stabile dell’Umbria
con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa in occasione dei 40 anni di attività dell’impresa

Il Maestro e Margherita è un romanzo pieno di colori potenti e assoluti, tutti febbrilmente accesi, quasi allucinanti. È un romanzo perturbante, complesso e articolato come il costume di Arlecchino, in cui si intrecciano numerose linee narrative, e dentro il quale prendono vita un numero infinito di personaggi (se ne contano circa 146), che costituiscono una sorta di panorama dell’umano e del sovraumano. Dal diavolo, nella figura seduttiva e mondana di Woland, una sorta di clown feroce che dirige una sarabanda demoniaca, a personaggi che rimandano all’universo grottesco di uno dei maestri di Bulgakov, Nikolaj Gogol.
In questo romanzo, si passa dal registro comico alla tirata tragica, dal varietà più spinto all’ interrogarsi su quale sia la natura dell’uomo e dell’amore. Basso e alto convivono costantemente creando un gioco quasi funambolico, pirotecnico, in cui ci si muove sempre sulla soglia dell’impossibile, del grottesco, della miseria e del sublime. A volte si ride, a volte si piange, spesso si ride e piange nello stesso momento. Insomma, in questo romanzo, si vive, sempre.
Bulgakov pone all’interno delle maglie della propria scrittura delle vere e proprie bombe ad orologeria, e le lascia poi esplodere, d’improvviso, mostrandoci cosa accade quando una struttura estremamente severa e ordinata entra in contraddizione, e non può più, mai più, nascondersi dietro la sola ragione: “Che cosa sarebbe il tuo bene, se non esistesse il male, e che aspetto avrebbe la terra se le ombre sparissero, perché sono gli oggetti e gli uomini a dare l’ombra. Vorresti scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi, e tutto ciò che è vivente, solo per la tua fantasia di godere della nuda luce? Tu sei stupido”, dice Woland/Satana ad un emissario di Gesù.

SMARRIMENTO

DAL 12 AL 17 NOVEMBRE_SPERIMENTALE

uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro
per e con Lucia Mascino

MARCHE TEATRO

In un futuro non lontano, la medicina nucleare capirà come curare quasi tutto e per essere curati dovranno chiuderci dentro per un po’ perché saremo radioattivi. In speciali bunker protettivi che eviteranno la contaminazione. Già capita. Ed è una cosa che impressiona.
Succede oggi, succederà sempre di più domani. E sarà un progresso. Con le sue regole, che non sempre sono comode.
Dopo l’assunzione di certe medicine, si rimarrà isolati dai 3, 6 forse 20 giorni, dipenderà dalla dose, in stanze speciali dove muri con lamine di piombo, come succede oggi con lo iodio 131, conterranno le radiazioni.
Capiterà che la nostra vita, i nostri affetti, figli, famiglia, dovranno rimanere fuori dalla stanza. Anche gli infermieri e il personale paramedico.
Ma oggi c’è skype e in futuro ci sarà qualcos’altro. E ti potrai portare parecchie cose dentro per abitarli questi giorni: film, libri, cd, pc e tutto quel corollario oggettistico del tuo gusto che ti tiene abbastanza vicino, sebbene radioattivo, alla tua umanità.
Oggi ci sono solo queste cose, ma domani ci saranno ancora più surrogati del mondo. E forse stare dentro somiglierà abbastanza a stare fuori
Questa sospensione puntuale dell’esistenza, quest’ esclusione dal mondo, questo curarsi grazie alla medicina nucleare, la telecamera che ti segue 24 h su 24 per assicurarsi del tuo stato e il saperti radioattivo, può essere, che causino nella persona, oltre a un certo numero di effetti collaterali fisici, un certo qual tipo di smarrimento esistenziale specifico.
Almeno questo, è quello che succede a Lucia.

THE FULL MONTY

DAL 28 NOVEMBRE AL 1 DICEMBRE_MUSE

di Terence Mcnally e David Yazbeck

con Paolo Conticini e Luca Ward

e con Gianni Fantoni, Jonis Bascir, Nicolas Vaporidis

adattamento e regia di Massimo Romeo Piparo

PeepArrow Enterteinment


in vendita i biglietti per la data fuori abbonamento di sabato 30 novembre alle ore 16.30

A vent’anni dalla prima edizione del Musical di Broadway, torna in Italia una riedizione totalmente rinnovata a firma di Massimo Romeo Piparo. Protagonisti d’eccellenza i campioni di incasso di Mamma Mia!Paolo Conticini e Luca Ward che, con Gianni Fantoni, Jonis Bascir, Nicolas Vaporidis e un grande cast con orchestra dal vivo, daranno “corpo” e anima ai disoccupati più intraprendenti della Storia del Musical. Ovviamente, per le spettatrici più “golose”, sul finale è garantito il “full monty” (servizio completo…). Dal team creativo e i protagonisti di Mamma Mia!, un altro imperdibile successo prodotto dalla Peeparrow Entertainment che vi farà saltare sulle poltrone con una colonna sonora travolgente, tante risate e una bellissima storia di riscatto sociale.

RUMORI FUORI SCENA

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 12 AL 15 DICEMBRE_MUSE

di Michael Frayn

regia Valerio Binasco

con (in ordine alfabetico) Francesca Agostini, Valerio Binasco, Fabrizio Contri, Andrea Di Casa, Elena Gigliotti, Milvia Marigliano, Nicola Pannelli
e cast in via di definizione

Teatro Stabile Torino_ Teatro Nazionale

Valerio Binasco affronta un cult del teatro contemporaneo: Rumori fuori scena dell’inglese Michael Frayn, celebrazione delle goffe imprese di una compagnia di scalcagnati teatranti.
Binasco ha una lunga e felice frequentazione con i meccanismi della commedia e con grandi autori come Goldoni, Shakespeare, Molière. Naturale quindi per lui approdare al testo che meglio svela, con affettuoso sarcasmo, le dinamiche che si nascondono dietro a uno spettacolo teatrale. In tre atti, allestimento, debutto e tournée di una farsa erotica: gli spettatori assistono alla prova generale della pièce, congegno perfetto di entrate e uscite, ma anche di divertenti equivoci. La quotidianità del teatro lascia spazio alla sua natura istrionica: il pubblico si trova a sbirciare dietro le quinte, tra animate ripicche e rivalità. Interruzioni, errori, crisi di nervi, tensioni, amorazzi e riappacificazioni potrebbero compromettere definitivamente le recita della commedia, ma nonostante tutto, si va in scena e con grande successo!
Rumori fuori scena ha debuttato nel 1982 a Londra, trasformandosi immediatamente in un successo internazionale. Nel 1992, lo spettacolo è stato trasformato in un film diretto da Peter Bogdanovich e interpretato tra gli altri da Michael Caine e Christopher Reeve.

IL TANGO DEL CALCIO DI RIGORE

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 9 AL 12 GENNAIO_MUSE

drammaturgia e regia Giorgio Gallione

con Neri Marcorè, Ugo Dighero, Rosanna Naddeo
e con Fabrizio Costella, Alessandro Pizzuto

scene e costumi Guido Fiorato
luci Aldo Mantovani
arrangiamenti musicali Paolo Silvestri

Teatro Nazionale di Genova

È un affresco su calcio e potere in salsa sudamericana la nuova produzione del Teatro Nazionale di Genova Tango del calcio di rigore. Il regista Giorgio Gallione, che firma anche la drammaturgia, ha scelto come protagonisti Neri Marcorè, Ugo Dighero e Rosanna Naddeo, tre attori con cui ha collaborato più volte in passato, qui per la prima volta insieme.
Tango del calcio di rigore parte dalla finale dei Mondiali del 1978. Il 25 giugno all’Estadio Monumental di Buenos Aires l’Argentina deve vincere a tutti i costi contro l’Olanda. Seduto in tribuna c’è il generale Jorge Videla, che ha orchestrato il Mondiale come strumento di propaganda politica, affinché il mondo si dimentichi delle Madri di Plaza de Mayo.
Durante i campionati del ’78 in Argentina succede di tutto: morte, tortura, desaparecidos, doping, corruzione. Ma è anche il momento di maggiore popolarità e consenso della dittatura Videla, a dimostrazione di come lo sport possa essere usato dal potere come forma di occultamento della realtà o raffinato strumento di oppressione.
Un ex-bambino di allora, interpretato da Neri Marcorè, alla luce della propria esperienza, cerca di ricostruire il suo passato di appassionato di calcio, recuperando storie di “futbol”, a cavallo tra realismo magico e realtà storica. Rivivono così in palcoscenico le vicende di Alvaro Ortega, l’arbitro colombiano che commise “l’errore” di annullare un goal all’Indipendente Medellin, la squadra dei trafficanti di cocaina, o di Francisco Valdes, capitano del Cile, costretto a segnare a porta vuota dai militari di Pinochet; si rievoca la “guerra del football”, combattuta nel 1969 tra Salvador e Honduras, e l’episodio del rigore più lungo della storia del calcio, di cui è stato protagonista suo malgrado l’anziano portiere dell’Estrella Polar, Gato Diaz.
Cosciente delle lezioni di Ryszard Kapuscinzki e di Osvaldo Soriano (intrecciati alla drammaturgia troviamo due testi dello scrittore argentino), accompagnato da brani di Mercedes Sosa e Astor Piazzolla, arrangiati da Paolo Silvestri, autore anche delle musiche originali, Tango del calcio di rigore si muove tra mito e inchiesta, per sfociare poi in “tanghedia”, mix di commedia, tango e tragedia.

MISERY

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 22 AL 26 GENNAIO_SPERIMENTALE

di William Goldman
tratto dal romanzo di Stephen King

con Filippo Dini, Arianna Scommegna

regia di Filippo Dini

Fondazione Teatro Due, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale

Uno dei capolavori dello scrittore più famoso al mondo. Una storia che è orrore, claustrofobia e follia. Una storia che viene presentata con frasi come: “Se siete convinti che l’orrore abbia dei limiti, non conoscete ancora Misery”.
Ma la vicenda di Paul Sheldon, protagonista del libro (e del testo teatrale) e scrittore anch’egli, non è solo questo. Annie, l’infermiera che si trasforma in una carceriera torturatrice che si nutre di pagine scritte e non si ferma davanti a niente pur di salvare il suo personaggio preferito, è l’incarnazione della fascinazione e dell’amore che ogni essere umano sente verso le storie, e verso chi le racconta. Misery è un testo senza tempo in cui vengono indagati i meandri della mente umana che cerca le storie, le vuole, le brama, e che di fronte alla fonte di quelle storie non può far altro che innamorarsi e nutrirsi, anche a costo di distruggere per sempre chi alimenta i suoi sogni.
Tra tutti gli scrittori che animano le creazioni di King, Paul Sheldon è il più forte, il più disperato. Prigioniero del suo talento e della sua vocazione, scopre se stesso nel viaggio all’inferno in compagnia di Annie. E lei è semplicemente indimenticabile. È solo per esigenze di trama che è davvero crudele e un po’ sadica, ma il suo tema è il tema cardine di tutta la creazione di King: la magia e l’amore.
Annie non è folle, Annie ama alla follia.
Annie è l’esasperazione del desiderio e dell’amore per l’arte, di quella silenziosa e segreta preghiera che ognuno di noi innalza nel proprio cuore ogni volta che voltiamo la prima pagina dell’ultimo romanzo del nostro scrittore preferito.
O che sediamo in platea, le luci si spengono e inizia lo spettacolo.
Misery è una grande opera sul potere magico della narrazione.

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 13 AL 16 FEBBRAIO_MUSE

di Jane Austen
adattamento teatrale di Antonio Piccolo

regia Arturo Cirillo

con Arturo CirilloValentina PicelloRiccardo BuffoniniAlessandra De SantisRosario GiglioSara PutignanoGiacomo VigentiniGiulia Trippetta

scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Camilla Piccioni
musiche Francesco De Melis

assistente alla regia Mario Scandale
assistente scenografo Eleonora Ticca
assistente costumista Nika Campisi

prima versione teatrale italiana

MARCHE TEATRO / Teatro Stabile di Napoli_Teatro Nazionale

Dalle note di Arturo Cirillo: Perché portare a teatro “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen?
Perché penso che sia una scrittrice con un dono folgorante per i dialoghi.
Perché sono affascinato dall’Ottocento, e dal rapporto fra i grandi romanzi di quell’epoca e la scena. Infatti provai un raro piacere, svariati anni fa, ad affrontare uno strano testo di Annibale Ruccello (strano perché al confine tra il musical e la commedia, tra la parodia e la ri-scrittura) ispirato a “Washington Square” di Henry James.
Perché l’ironia di questa scrittrice, il suo sguardo acuto ma anche distaccato sui suoi personaggi l’amo molto.
Perché il mondo della Austen dove apparentemente non accade mai nulla di eclatante, abitato per la maggior parte da creature che stanno abbandonando la fanciullezza per diventare ragazze da marito o giovani scapoli da sposare, mi affascina; con tutto il pudore, i turbamenti, le insicurezze, e anche l’orgoglio e i pregiudizi che la giovinezza porta con sé.
Perché questo mondo sociale dove ci si conosce danzando, ci si innamora conversando, ci si confida con la propria sorella perché i genitori sono, ognuno a suo modo, prigionieri del proprio narcisismo, non mi sembra così lontano da noi. Soprattutto pensando a queste giovani eroine spinte a sposarsi anche per avere finalmente un sostegno economico, sottraendosi allo stesso tempo all’indecorosa condizione di zitelle, e allontanandosi dalle proprie famiglie d’origine. Anche se poi la povera e zitella Jane Austen (che mai riuscì invece ad abbandonare la propria famiglia) si divertì a sottrarsi a tutto questo mettendolo in scena nei suoi romanzi, che sono una spietata critica e allo stesso tempo un’amorosa dichiarazione d’appartenenza alla propria epoca. Per fare questo si cala nei suoi personaggi/alter ego amandoli e prendendoli un po’ in giro, magari standosene nascosta dietro una tenda ad osservarli, ridacchiando tra sé. Da dietro quella tenda, come nel buio di una quinta, celata agli sguardi altrui ma attenta a non farsi sfuggire nulla di ciò che accade, Jane Austen reinventa la realtà attraverso la sua rappresentazione, ma mai smettendo di essere vera. Come avviene in teatro.

I SOLITI IGNOTI

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 20 AL 23 FEBBRAIO_MUSE

adattamento teatrale di Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli
tratto dalla sceneggiatura di Monicelli – Cecchi D’Amico – Age&Scarpelli

con e Vinicio Marchioni e Giuseppe Zeno
e con Augusto Fornari, Salvatore Caruso, Vito Facciolla, Antonio Grosso
e altri 2 attori in via di definizione

scene Luigi Ferrigno
costumi Milena Mancini
luci Giuseppe D’Alterio

regia Vinicio Marchioni

Gli Ipocriti Melina Balsamo

La commedia è la prima versione teatrale del mitico film di Monicelli, uscito nel 1958 e diventato col tempo un classico imperdibile della cinematografia italiana e non solo.
Le gesta maldestre ed esilaranti di un gruppo di ladri improvvisati sbarcano sulle scene rituffandoci nell’Italia povera ma vitale del secondo dopoguerra.
L’adattamento è fedele alla meravigliosa sceneggiatura di Age e Scarpelli senza rinunciare a trovate di scrittura e di regia per rendere moderna quell’epoca lontana.
Il cast si avvarrà di attori di primo piano cresciuti alla lezione di quei mostri sacri della recitazione che sono stati Gassman, Mastroianni, Totò e gli altri attori del film.
Uno spettacolo divertentissimo ed emozionante, assolutamente da non perdere.

LA CLASSE

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 4 ALL’8 MARZO_SPERIMENTALE

di Vincenzo Manna

con Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido
e con Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico, Giulia Paoletti

regia di Giuseppe Marini

scene Alessandro Chiti
costumi Laura Fantuzzo
musiche Paolo Coletta
light designer Javier Delle Monache

Società per Attori, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Goldenart Production
in collaborazione con Tecnè, Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale e Phidia
e con il patrocinio di Amnesty International – Sezione Italia

Il testo scritto da Vincenzo Manna è un innovativo esperimento di data storytelling.
Il progetto ha preso l’avvio da una ricerca condotta da Tecné, basata su circa 2.000 interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni, sulla loro relazione con gli altri, intesi come diversialtro da sé, e sul loro rapporto con il tempo, inteso come capacità di legare il presente con un passato anche remoto e con un futuro non prossimo. Gli argomenti trattati nel corso delle interviste hanno rappresentato un importante contributo alla scrittura drammaturgica del testo “La Classe” da parte di Vincenzo Manna.

I giorni di oggi. Una cittadina europea in forte crisi economica. Disagio, criminalità e conflitti sociali sono il quotidiano di un decadimento generalizzato che sembra inarrestabile. A peggiorare la situazione, appena fuori dalla città, c’è lo “Zoo”, uno dei campi profughi più vasti del continente. A pochi chilometri dallo “Zoo”, c’è un Istituto Comprensivo specializzato in corsi professionali che avviano al lavoro. La scuola, le strutture, gli studenti e il corpo docente sono lo specchio della depressione economica e sociale della cittadina. Albert, giovane professore di Storia, viene incaricato dal Preside dell’Istituto di tenere un corso di recupero pomeridiano per sei studenti “difficili”, sospesi per motivi disciplinari. Tuttavia Albert, intravedendo nella rabbia dei ragazzi una possibilità di comunicazione, riesce a far breccia nel loro disagio e conquista la fiducia della maggior parte della classe. Abbandona la didattica suggerita dal Preside e propone loro di partecipare a un concorso, un bando europeo per le scuole superiori che ha per tema “I giovani e gli adolescenti vittime dell’Olocausto”. Ma l’Olocausto di cui gli studenti decideranno di occuparsi non riguarderà il passato, ma i tragici eventi che stanno avvenendo proprio nel paese da cui la maggior parte dei rifugiati dello “Zoo” scappa… e quello che doveva essere solo un corso pomeridiano si trasforma presto in un’intensa esperienza di vita che cambierà per sempre il destino del professore e degli studenti.

I MISERABILI

inizio spettacoli ore 20.45 – domenica ore 16.30

DAL 12 AL 15 MARZO_MUSE

di Victor Hugo
adattamento teatrale Luca Doninelli

con Franco Branciaroli
e con (in ordine alfabetico)
Alessandro Albertin, Silvia Altrui, Filippo Borghi, Romina Colbasso, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Maria Grazia Plos, Valentina Violo

scene Domenico Franchi
costumi Andrea Viotti
luci Cesare Agoni
musiche Antonio Di Pofi

regia Franco Però

Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia CTB Centro Teatrale Bresciano Teatro De Gli Incamminati

Dalle note di Luca Doninelli che ha curato l’adattamento teatrale – Millecinquecento pagine che appartengono alla storia non solo della letteratura, ma del genere umano. Come l’Odissea, come la Commedia, il Chisciotte o Guerra e Pace.
Le ragioni per cui era impossibile non accettare questa sfida sono tante. La prima è quello strano miracolo che rende un’opera come “I Miserabili” capace di parlare a ogni epoca come se di quell’epoca fosse il prodotto, l’espressione diretta.
I miserabili sono ciò che sta oltre il terzo e il quarto stato, e rappresentano l’umano nella sua nudità: spogliato non solo dei suoi beni terreni, ma anche dei suoi valori, da quelli etici fino alla pura e semplice dignità che ci è data dall’essere uomini.
Ma un miserabile – un galeotto, uno che vive nei sotterranei più impenetrabili della società – non è quasi più un uomo. E il nostro presente è pieno di uomini così: i poveri, coloro che non hanno niente, che non possono contare sul futuro, che non hanno scorte da consumare e possono sperare solo nella piccola fortuna che potrà garantire loro un altro giorno, un’altra ora.
In questa terra di nessuno, buoni e cattivi si mescolano, non ci sono valori che li possano distinguere: solo fatti, casi, eventi.
Forse trent’anni fa, quando “I Miserabili” erano un testo conosciuto, almeno per sommi capi, da tutti, sarebbe stato sufficiente ridurre l’azione a pochi elementi lasciando sullo sfondo il resto. Oggi questo non è più possibile, e la storia di Jean Valjean, di Fantine, Cosette, Javert, dei Thénardier, di Marius, Gavroche, Eponine e di tutti gli altri deve essere raccontata da capo e, possibilmente, per intero. Del resto, solo la forza della narrazione può abbracciare i diversi registri che attraversano questa sterminata sinfonia.
Qui sta il rischio principale, che intendiamo affrontare: individuare l’algoritmo, o meglio la metonimia giusta, scegliere la parte che meglio potrà rappresentare il tutto, in sostanza: costruire uno spettacolo su un testo che non potrà superare le settanta, ottanta pagine, ma che dovrà comprendere – e non implicitamente – anche le altre millequattrocento.
Infine, la sfida era inevitabile anche per un’altra ragione, e cioè che, tra le altre cose, questo capolavoro è anche una metafora del Teatro, e quindi l’attore, rappresentando “I Miserabili”, rappresenta anche sé stesso e la propria arte. Come la società descritta a metà del romanzo (parole che noi trasferiremo nel prologo iniziale), anche il Teatro è stratificato, e conosce doppi e tripli fondi, secondo un gioco necessario che per qualcuno è incanto, o magia, e per qualcun altro è Fato. Pensiamo solo al moto di paura che ci prende quando, all’improvviso, i fondali aprendosi lasciano intravedere la nuda struttura del teatro, ed è come se il velo del mondo si squarciasse e noi per un istante vedessimo il fondo della realtà, la sua struttura originaria, il suo meccanismo, divino o insensato che sia -.