Il Festival 2017 ha proposto un calendario di spettacoli ed azioni performative che si connettono a molte delle questioni che affliggono il nostro tempo. Fin dalle prime edizioni Inteatro Festival accoglie la creazione artistica più sensibile all’attualità politica ed oggi, più che mai, l’urgenza del reale si impone attraverso modalità espressive inedite che puntano a modificare essenzialmente il rapporto con lo spettatore.

Al centro di questa edizione sembra esserci, infatti, prima ancora della comunità, la relazione tra i singoli individui, l’empatia generata dalla prossimità, in definitiva la valorizzazione di un nuovo umanesimo.

Così Yan Duyvendak, con Azioni, pone la questione dei rapporti tra arte, attivismo e mutamenti sociali in un momento in cui i nostri valori democratici sembrano essere travolti dalla violenza della cronaca. Azioni supera l’idea della rappresentazione per essere piuttosto un dispositivo che permette l’ingresso, in una dimensione scenica predeterminata, non di interpreti, ma di persone in grado di interagire tra loro, nell’esercizio di una nuova democrazia partecipativa basata sui valori della convivenza.
Azioni propone una democratizzazione dell’atto teatrale che può essere usato come dispositivo per interrogarci e per sperimentare, come singoli individui, nuove forme di appartenenza.

Una impressionante mole di materiali documentari, tratti dagli atti del primo processo per terrorismo celebrato in Spagna, sono alla base di Nessuna conversazione degna di rilievo nuovo lavoro di Roger Bernat. L’artista catalano, rompendo la simmetria della rappresentazione, crea una modalità che permette allo spettatore di farsi parte attiva, di operare scelte, in definitiva di prendere posizione, creando un proprio montaggio di immagini e parole al fine di per trovare un senso alla massa di informazioni proposte.

Anche se in un più tradizionale dispositivo frontale Atlas Revisited di Karthik Pandian e Andros Zins-Browne si interroga, utilizzando un filtro giocoso, sul significato attuale del termine libertà, a fronte di una sempre più evidente manipolazione delle immagini e delle informazioni da parte dei media.

La teatralizzazione mediatica della realtà conduce gli artisti a mettersi in discussione e cercare modalità di relazione con il pubblico più dirette e personali.
Così nel Cromlech di Oscar Gómez Mata la trama si ridefinisce ogni volta, nel rapporto creativo, uno a uno, performer / spett-attore, toccando corde inaspettate.

Anche in Bailarina Sonia Gómez cerca un rapporto di complicità e di vicinanza con lo spettatore utilizzando la danza come mezzo di comunicazione interpersonale.
Per Andrea Costanzo Martini con Scarabeo_Angles and the Void la sfida è, invece, nella trasformazione e ridefinizione costante dell’identità attraverso le straordinarie possibilità del corpo del danzatore. Così in Mash di Annamaria Ajmone e Marcela Santander Corvalán la danza accoglie e rigenera elementi eterogenei ed apparentemente distanti in una modalità resiliente, forte della capacità del corpo di rimodellarsi e reinventarsi.

Mentre Claudia Catarzi, con Studio davanti a una testa, si ispira alla stilizzazione di Modigliani esplorando le infinite variazioni del movimento e Nicola Galli, in Delle ultime visioni cutanee, rielabora il concetto di manipolazione nella possibilità del corpo di farsi reagente ai condizionamenti fisici ed ambientali esterni.

La reinvenzione del presente nel rapporto con il passato, con la tradizione e con il portato culturale e tecnico accumulato nella memoria fisica e psichica è presente, seppure in modo diversissimo, in Camminare in uno spazio tra linee, di Collettivo Cinetico, site-specific creato appositamente per il Festival e nel lavoro di József Trefeli, le cui Creature decapitate, prive di una precisa definizione estetica, forniscono l’immagine di questa edizione.
Mentre alla compagnia Attakkalari è dedicato un focus sulla danza contemporanea indiana nel suo, apparentemente, più risolto rapporto tra tradizione e modernità. Il Focus è anche occasione per un affettuoso omaggio, ad opera della fotografa Ninni Romeo, alla grande Pina Bausch e al suo lavoro ispirato all’India, ideale incontro tra culture solo apparentemente lontane.

Velia Papa
Direttore Artistico Inteatro Festival

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