UNA MADRE CORAGGIO

venerdì 13 novembre 2026, ore 20.30
Teatro Sperimentale

UNA MADRE CORAGGIO 

un monologo di Michele Santeramo
da Bertold Brecht
con Laura Marinoni
regia Gianluca Barbadori

produzione Artisti Associati Gorizia

Scritto da Michele Santeramo nel 2023, è stato rappresentato per la prima volta nel mese di settembre in Colombia, con il titolo di “La errante: una madre coraje” in omaggio a Bertolt Brecht in occasione dei 125 anni dalla sua nascita. In scena Victoria Hernandez, una delle attuali attrici colombiane più riconosciute e stimate nel panorama teatrale e cinematografico del Paese latinoamericano.
Il testo fa parte del ciclo drammaturgico di monologhi intitolato “Fantasmi” sul quale Santeramo sta tutt’ora realizzando una ricerca coraggiosa ed inedita: ogni drammaturgia è abitata da personaggi (nel nostro caso da Anna Fierling, la “madre coraggio” di Brecht), che tornano dal buio del palcoscenico per creare con lo spettatore un rapporto diretto, che gli susciti la sensazione che l’attrice/l’attore stia parlando “a me, proprio a me”.

MADRE CORAGGIO
“Chi l’ha detto che la guerra faccia male?
Avanti, questo tempo vostro
non è diverso da quelli passati, né da quelli che verranno. Ad abitare ogni tempo conosciuto c’è l’essere umano, quindi cosa vuoi che possa esserci di diverso?
A volte le persone mi giudicano ancora, quando conoscono la mia storia mi giudicano perché dicono che io non ho cuore di madre, che penso alle cose perché le cose
sono più preziose delle persone.
Chi mi giudica male è nella migliore delle ipotesi
un ipocrita col sedere al caldo.
L’ho già detto, uno è buono
solo fino a quando può permettersi di essere buono.
Non è detto che tutti debbano avere alti ideali,
a volte basta portare avanti la vita dentro la guerra; è questo che facciamo tutti.”
Lo spettatore avrà l’impressione di trovare di fronte a sé la vera Anna Fierling, col suo tono provocatorio, ironico, sprezzante, cinico, spietato, eppure a volte tenero, di madre.

SCRIVE SANTERAMO
“Credo che una drammaturgia pensata oggi, almeno per me, debba considerare lo spettatore al pari di un personaggio in commedia.
Se lo invito a teatro, questo spettatore, cosa gli offro? La mia drammaturgia deve chiedersi, oltre a ‘cosa succede al personaggio in questo momento dell’azione’, anche ‘cosa succede allo spettatore in questo momento dell’azione’.
Il tutto mediato dalla presenza dell’attore.”

NOI GLI EROI

sabato 21 novembre 2026, ore 20.30
Teatro Sperimentale

NOI GLI EROI

di Jean-Luc Lagarce
traduzione Margherita Laera
adattamento Margherita Laera e Giorgia Cerruti
regia Giorgia Cerruti
assistente alla regia Francesca Ziggiotti
con Francesco Pennacchia, Anna Gualdo, Luca Busnengo, Letizia Russo, Fabrizio Costella, Giorgia Cerruti
visual concept e light design Lucio Diana
sound design e fonica Luca Martone
costumi Giorgia Cerruti e Daniela Rostirolla
realizzazione costumi Daniela Rostirolla

Produzione Teatro Metastasio di Prato in coproduzione con TSV – Teatro Nazionale e Centro Teatrale Bresciano
con il supporto di Cubo Teatro – Inteatro Residenze – Sardegna Teatro

Nella sua breve vita, Jean-Luc Lagarce (1957-1995) non è riuscito a veder rappresentata nessuna delle sue opere e, come spesso accade, la sua grandezza è stata riconosciuta solo postuma. Dopo la sua prematura scomparsa, colpito dall’AIDS, è oggi il secondo autore più rappresentato in Francia dopo Molière.
Noi gli eroi rappresenta la sintesi più tenera e inaspettata: Lagarce identifica nei teatranti i veri freaks del terzo millennio, i mostri, regalandoci un quadro intimista ed epico allo stesso tempo.
Mi commuove pensare che Lagarce, negli ultimi mesi della sua vita, stesse portando in scena proprio Molière, l’artista che morì recitando Il malato immaginario. Un anello sembra congiungerli: due uomini di teatro, entrambi autori e attori, che incontrano la malattia dentro la finzione, la finzione dentro la malattia. E mi piace pensare che questo anello leghi a sua volta la nostra Compagnia ad entrambi gli autori: nel 2007 realizzammo infatti come compagnia un Malato Immaginario con la regia di Antonio Diaz-Floriàn del Théâtre de l’Epée de Bois-Cartoucherie de Vincennes… lui fu il mio amato maestro negli anni della formazione… una coincidenza d’affetti ecco…
Venendo a Lagarce, in quella tournée di provincia con La Roulotte, tra allestimenti precari e corpi stanchi, egli scrive Noi gli eroi come un testamento e una confessione: il teatro come ultimo rifugio, come forma di resistenza al dissolvimento. Il palcoscenico diventa un luogo di sopravvivenza, di memoria, di ritorno. Tra le pagine riecheggia Molière, non come modello classico, ma come fratello d’anima: un altro “malato immaginario”, un altro corpo che resiste sotto le luci. Così, Noi gli eroi nasce dal cuore del mestiere teatrale e dalla sua precarietà: un gruppo di attori che continua a recitare mentre tutto crolla intorno, tenendo accesa una piccola, ostinata, marginale forma di vita. L’opera attinge molti personaggi e citazioni ai Diari di Franz Kafka, ma la storia è originale: dopo la fine di uno spettacolo, una famiglia di attori girovaghi è alle prese con le difficoltà della politica culturale di provincia di una non meglio precisata Europa in tempo di guerra. E intanto continua a recitare la propria vita tra solitudini, desideri, meschinità, utopie. Sono persone stanche, esauste, nel dubbio se provare a rinnovare il repertorio o rinunciare all’impresa, oppure andare in città più grandi per ricominciare una vita in solitudine, senza la compagnia. Ma questa sera festeggiano un avvenimento importante: la figlia dei capo-comici si sposa con l’attore giovane e diventeranno loro i responsabili della compagnia e del repertorio… dovranno affrontare le incertezze della sussistenza, la loro stessa micro-società dove si riproducono gerarchie e sopraffazioni, l’indifferenza del pubblico, la prepotenza dei gestori delle sale, l’ignoranza violenta delle istituzioni, il desiderio di lasciare una traccia del proprio passaggio… Esseri smarriti, esiliati, spossati, al limite della sopravvivenza e consapevoli di questo, ma altrettanto capaci di proiettare pensiero e poesia nella freddezza generale. Umorismo e malinconia si uniscono formalmente ad una scrittura che scarta la via diretta del realismo. Non l’ennesima pièce di “teatro nel teatro” ma un’opera universale e vitalissima sullo spettro della vecchiaia, della morte, della guerra che distrugge e ruota attorno a noi, non così lontano da noi.

Piccola Compagnia della Magnolia è un gruppo di lavoro permanente e indipendente nato nel 2004. L’ensemble, che si identifica oggi nel lavoro condotto da Giorgia Cerruti e Davide Giglio, compie una rigorosa e appassionata indagine a cavallo tra codici teatrali e ricerca, affrontando con sguardo contemporaneo la materia scenica, riappropriandosi dei classici (Shakespeare, Genet, Molière, Lorca…) o sperimentando negli ultimi lavori scritture originali e drammaturgie contemporanee (Sarah Kane, Muller, Massimo Sgorbani, Fabrizio Sinisi…). Il percorso della Compagnia insegue una sintesi tra ricerca formale e densità emotiva, in cui l’attore è il fulcro, in dialogo con un tempo sacro attento alla composizione dell’immagine e capace di reagire in dialogo con altre arti: il teatro d’attore è debitore di visioni e soggettive rubate al cinema, a volte può dialogare con suggestioni video, e sempre trova rispondenze acustiche in audaci partiture sonore. Una ricerca che incontra, più che utilizzare, le singole drammaturgie e le trasfigura in occasioni di presenza in scena, come elementi dell’ineludibile relazione con il pubblico. La Compagnia, in comunione con una fraterna cerchia di artisti con cui da anni collabora, ha portato i propri lavori in Francia, Svizzera, Ungheria, Macedonia, Polonia, Russia, Italia. Accanto al lavoro preminente di creazione, Piccola Compagnia della Magnolia si occupa da anni di pedagogia teatrale, conducendo stages e seminari per attori in Italia e in Europa e organizzando inoltre campus di alta formazione con maestri della scena artistica internazionale.

MADRE- LINGUA

venerdì 4, sabato 5 dicembre ore 19.00 / domenica 6 dicembre ore 15.00
Sala Melpomene del Teatro delle Muse

MADRE- LINGUA

regia e drammaturgia Giulia Bartolini
con Giulia Trippetta
tecnico/performer Matteo Bergonzoni
scene e luci Paolo Manti
sound designer Vanja Sturno
foto e video di scena Francesca Cassaro
scenotecnica Spazio Scenico s.n.c.

produzione Teatro Stabile dell’Umbria

 

LA NOSTRA MADRE-LINGUA E’ MORTA. QUESTO E’ IL SUO FUNERALE. NOI SIAMO QUI PER SEPPELLIRLA.

Non parliamo di italiano, parliamo della lingua che usiamo per raggiungerci, la capacità originaria di entrare in contatto.
Una donna sola in scena, armata di parole, tenta di parlare la lingua in cui è nata e da cui è stata espulsa. Ogni parola che pronuncia è insieme una carezza e un’offesa mentre lei tenta di capire cosa resta del linguaggio.
Tra concerto, stand up, confessione e rito pop, MADRE-LINGUA attraversa il politicamente corretto, il corpo, il desiderio, il fallimento, la pornografia dell’opinione e l’impossibilità di comunicare.
E allora non resta che questo: usare fino all’ultimo pezzo di quella stessa lingua per seppellirla e ballare sopra il suo cadavere.

PAZZA

martedì 12 gennaio 2027, ore 20.30
Teatro Sperimentale

PAZZA 

di Tom Topor
con Vanessa Gravina e Nicola Rignanese
e con Fabrizio Coniglio, Massimo Rigo, Gloria Sapio Maurizio Zacchigna
adattamento e regia di Fabrizio Coniglio
scene Gaspare de Pascali
costumi Sandra Cardini
sound design Enza De Rose
light design Bruno Guastini

produzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste

Claudia Draper, una squillo di lusso, viene accusata dell’omicidio di un anziano cliente e rischia venticinque anni di carcere. Pur di salvarla, la ricca famiglia si affida ad un valente legale per farla dichiarare incapace di intendere e di volere e farla internare in un istituto psichiatrico, dal quale potrà uscire dopo pochi anni. Ma la donna si sbarazza del legale pagato dai genitori e viene affidata a un avvocato d’ufficio, il quale intuisce – dietro il contegno ostico dell’indesiderata cliente – un’intelligenza acuta e la capacità di collaborare alla propria difesa. Claudia lo fa a prescindere da ogni possibile cavillo giudiziario, solo svelando dolorosamente, con disperata causticità, lo scabroso entroterra familiare nel quale è maturata la sua scelta di vita e le intollerabili pretese del cliente che scatenarono la sua micidiale reazione di difesa.
Pazza andò in scena per la prima volta a Broadway nel 1980, per poi essere riproposto al cinema dallo stesso Topor in una fortunatissima versione che vide Barbara Streisand nei panni della protagonista assieme a un giovane Richard Dreyfuss.

QUARTETT

martedì 26 gennaio 2027, ore 20.30
Teatro Sperimentale

QUARTETT

di Heiner Müller
traduzione Saverio Vertone
con Viola Graziosi, Maximilian Nisi
regia Maximilian Nisi
musiche originali Stefano De Meo
scene e costumi Vincenzo La Mendola

produzione Teatro della Città

Il ballo macabro dell’anima umana. Un duello serrato, feroce, intellettuale, carnale tra due esseri in rovina… Ecco cos’è Quartett, la pièce di Heiner Müller che, dopo il grande successo del debutto in prima assoluta il 21 gennaio al Piccolo Teatro della Città di Catania (e le altre repliche siciliane anche al Teatro Massimo di Siracusa), approda al Teatro Franco Parenti di Milano (dal 27 gennaio al 1° febbraio) per le prime date della tournée nazionale. Protagonisti dello spettacolo sono Viola Graziosi e Maximilian Nisi, che ne cura anche la regia. Prodotto dal Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale, lo spettacolo, con la traduzione di Saverio Vertone, vanta le musiche di Stefano De Meo e le scene e i costumi di Vincenzo La Mendola.
Al centro della storia ci sono la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont: due figure emblematiche dell’aristocrazia del XVIII secolo, spogliate di ogni maschera sociale, chiuse in un bunker fuori dal tempo e dallo spazio. L’opera di Heiner Müller non racconta una storia, ma scava un abisso. In uno spazio claustrofobico, fatiscente, illuminato da luci fioche, il tempo è scandito dal ticchettio di un orologio. Ogni battuta è una lama, ogni silenzio un colpo trattenuto. In questo luogo sospeso, isolato da un mondo esterno devastato, i due personaggi rievocano – attraverso un perverso gioco di ruolo – le loro conquiste, i tradimenti, i fantasmi. Ma il cuore del dispositivo scenico è lo scambio di ruoli. Valmont diventa Merteuil, Merteuil interpreta Valmont. Poi impersonano Madame de Tourvel e Cécile de Volanges, le vittime sedotte. Le identità si mescolano, si sovrappongono, si deformano. Il corpo dell’altro diventa maschera, specchio, campo di battaglia. In questa vertigine performativa, Müller interroga le dinamiche del potere, del desiderio, del genere e della sua rappresentazione. Merteuil e Valmont non cercano amore: lo usano come arma. Non bramano l’altro: ne studiano la rovina. La passione diventa strumento di dominio, di controllo, di vendetta. Müller affonda la penna nella carne dei personaggi con sarcasmo, crudeltà e una lucidità spietata, mettendo in scena un teatro della mente dove il potere e la seduzione sono atti terminali. Il linguaggio è crudo, frammentato, interrotto: riflesso di un mondo che ha perso il senso, dove la comunicazione è fallita e resta solo l’eco del desiderio e della distruzione. L’umorismo è nero, la follia si mescola alla lucidità, la decadenza morale si fa forma scenica. Quartett è un rito oscuro, in cui lo spettatore è testimone e prigioniero.

L’OMBRA PERDUTA DI PETER SCHLEMIHL

sabato 6 febbraio 2027, ore 20.30
Teatro Sperimentale

L’OMBRA PERDUTA DI PETER SCHLEMIHL

di e con Marco Baliani
paesaggio sonoro Mirto Baliani
regia Maria Maglietta
organizzazione e promozione Ilenia Carrone

una coproduzione Casa degli Alfieri, Accademia Perduta / Romagna Teatri, Tib Teatro

Un giovane uomo cede la sua ombra in cambio di illimitata ricchezza, in un baratto che sul momento gli sembra allettante. È questa la vicenda di Peter Schlemihl, ispirata al racconto di Adalbert von Chamisso. A Polverigi presenterò un primo studio di questo futuro spettacolo, concentrando l’attenzione sulla stesura originale che ne è nata e che andrà via via rafforzandosi, incontrando il paesaggio sonoro di Mirto Baliani e la direzione dello sguardo di Maria Maglietta. Il racconto incontra il mio corpo di narratore e si dipana nella fatica del vivere quotidiano del protagonista, un’esistenza sospesa, come fosse in attesa di una qualche rivelazione che però tarda sempre a manifestarsi.
Peter Schlemihl porta in sé una sorta di innocenza, il suo sguardo appartiene a quelli che non potranno riconciliarsi con le regole uniformanti della società e questo lo rende affascinante ai miei occhi, come lo sono stati molti personaggi finiti nelle mie narrazioni e nei miei percorsi artistici. Di fronte alle tante porte sbattute in faccia, Peter accetta di saltare a piè pari la salita esistenziale che ha di fronte, per entrare di colpo nel gran mondo che crede gli spetti, una scorciatoia che gli si rivela nel tempo essere una trappola e che segnerà il resto della sua vita. La nostra scrittura scenica segue il fluttuare di quell’esistenza.

BARTALI ALL’INFERNO

venerdì 26 febbraio 2027, ore 20.30
Teatro Sperimentale

BARTALI ALL’INFERNO

di Sergio Pierattini
con Alessandro Benvenuti, Massimo Reale, Camilla Diana
regia Manuela Mandracchia
organizzazione generale e distribuzione Lia Zinno

produzione MARCHE TEATRO, Compagnia Orsini, TSA Teatro Stabile d’Abruzzo

Gino Bartali è stato uno dei più grandi campioni del ciclismo italiano. Il suo palma res si fregia di innumerevoli vittorie nelle gare più importanti tra le quali ben tre Giri d’Italia (1936,1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948).
La figura del ciclista toscano si distingue, però, non solo nel panorama sportivo ma anche nell’attività di Resistenza al nazifascismo e nell’aiuto ai cittadini di religione ebraica in fuga dalla barbarie della deportazione.
Per questi suoi meriti, nel 2013, Gino Bartali è stato dichiarato dallo Yad Vashem, Ente Nazionale per la Memoria della Shoah, “Giusto tra le nazioni” e, nel 2006, gli è stata concessa dall’allora Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi la Medaglia d’oro al merito civile alla memoria.
Lo spettacolo “Bartali all’Inferno”, di cui questa lettura drammatizzata è uno dei primi step realizzativi, intende raccontare il coraggio civico e l’eroismo di Gino in modo che non vada perduta la memoria di chi volle lottare, vincendo, per la libertà e la giustizia.
Nel 1943 Bartali, fingendo di allenarsi tra l’Umbria e la Toscana, trasportava nascosti sotto il sellino della sua bicicletta carte di identità contraffatte da far arrivare a famiglie ebree che tentavano di sfuggire ai treni piombati.
Questa frenetica e immotivata attività agonistica, durante la guerra le gare ciclistiche erano sospese, finì per insospettire le spie fasciste, che non capivano cosa facesse Gino Bartali ma che avevano intercettato un biglietto in cui il ciclista veniva ringraziato dal Vaticano “per tutto quello che lei ha fatto a favore della nostra causa”.
Così l’atleta fu convocato alla famigerata “Villa Triste”, e sottoposto a interrogatorio dal feroce Mario Carità, capo di una banda di assassini fascisti che cercava di stroncare le attività partigiane.
Prigioniero nelle cantine della villa, chiamata “Triste” per via delle urla degli antifascisti torturati che giungevano all’esterno, Gino Bartali dovette difendere il segreto della propria attività resistendo a lusinghe, minacce e pressioni di ogni genere.
Da questo episodio realmente accaduto prende spunto la pièce teatrale scritta da Sergio Pierattini che ripercorre il drammatico confronto tra il repubblichino Carità e l’eroe in bicicletta.
Uno scontro epico tra due visioni del mondo e dell’uomo, una lotta che mette in campo i temi esplorati dalla tragedia greca dove i personaggi sono “valori incarnati” che si fronteggiano e si combattono. Dove il prevalere dell’uno o dell’altro può cambiare la storia del mondo.

O DI UNO O DI NESSUNO

Mercoledì 10 marzo 2027, ore 20.30
Teatro Sperimentale

O DI UNO O DI NESSUNO

da Luigi Pirandello
adattamento e regia Fabrizio Falco
spazio scenico Luca Mannino
con Giovanni Alfieri, Federica D’Angelo, Fabrizio Falco, Giancarlo Latina
aiuto regia Eugenio Sorrentino

produzione Teatro Libero Palermo

Tito e Carlino, amici di vecchia data, cominciano una frequentazione parallela con Melina, una prostituta. Quando Melina scopre di essere incinta, senza poter stabilire chi dei due sia il padre, il legame tra i due amici si incrina irrimediabilmente. Ne scaturiscono scenate di gelosie, rivalità e giochi di potere, tutti condotti senza considerazione per i desideri della giovane donna. Melina, tuttavia, non resta in silenzio e rivendica con determinazione la propria indipendenza prendendo in mano il proprio destino. La storia pirandelliana ci presenta un riflesso della società in cui viviamo: il ménage-a trois raccontato, evidenzia la prevaricazione dell’uomo sulla donna. Tito e Carlino sono il prototipo dei giovani analfabeti emotivi e sentimentali, incapaci di empatizzare con i problemi degli altri, dominati da una visione fortemente patriarcale. Melina è una prostituta che vive ai margini e fa di tutto per salvaguardare la convenienza sociale. La storia è molto vicina a noi e il lavoro sulla drammaturgia riflette questo proposito, nelle scelte linguistiche ed estetiche, nell’idea che il teatro di Pirandello possa parlare del nostro presente, qui e ora.

TERESA LA NOTTE

Domenica 21 marzo 2027, ore 18.00
Teatro Sperimentale

TERESA LA NOTTE

di Paola Galassi
con Lucia Mascino
regia di Giampiero Solari
musiche originali di Stefano Fresi

produzione ENFI Teatro – MARCHE TEATRO – Flautissimo

Teresa è una donna come tante, madre protettiva e lavoratrice instancabile. Ma basta poco perché la normalità si spezzi: un collega affascinante, un dettaglio che non torna, il buio di uno schermo. La sua vita precipita nel buco nero della rete, dove identità segrete e minacce silenziose si moltiplicano dietro ogni clic.
La notte amplifica i sospetti, la città diventa un labirinto di ombre. Teresa, donna qualunque, è costretta a farsi voce, azione, giustizia.
Un monologo teatrale serrato che cattura lo spettatore e lo trascina in una spirale di segreti e paura.

ANELANTE

Giovedì 29 aprile 2027, ore 20.30
Teatro delle Muse

ANELANTE

con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara Perrini, Enzo di Norscia

habitat Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli

luci e tecnica Alice Mollica
organizzazione generale Tamara Viola, Stefania Saltarelli
macchinista Eughenij Razzeca
sartoria Sara Baldazzi
metalli CISALL

produzione RezzaMastrella, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

La storia
“In uno spazio privo di volume, il muro piatto chiude alla vista la carne rituale che esplode e si ribella.
Non c’è dialogo per chi si parla sotto. Un matematico scrive a voce alta, un lettore parla mentre legge e non capisce ciò che legge ma solo ciò che dice. Con la saggezza senile l’adolescente, completamente in contrasto col buon senso, sguazza nel recinto circondato dalle cospirazioni. Spia, senza essere visto, personaggi che in piena vita si lasciano trasportare dagli eventi, perdizione e delirio lungo il muro. Il silenzio della morte contro l’oratoria patologica, un contrasto tra rumori, graffi e parole risonanti. Il suono stravolge il rimasuglio di un concetto e lo depaupera. Spazio alla logorrea, dissenteria della bocca in avaria, scarico intestinale dalla parte meno congeniale”.

Ci si piega
Ci si piega troppo spesso con l’assurdo dietro, e si fanno i conti dei traumi passati. Così l’essere inferiore cerca conforto nell’impegno civile. E con la morte altrui ritorna l’amor proprio. Tra balli, feste orientali, lutti premeditati ci si libera della solidarietà, pratica aziendale che genera profitto. Anche la cultura con gli occhiali piega il culo. Chi legge un libro è costretto a stare zitto da chi scrive, chi legge compra il suo silenzio, chi compra un libro fomenta e capovolge l’omertà. Ma con la mamma biologica la partita è persa: pelle della sua pelle ma fine della tua.
Antonio Rezza

Addio terza dimensione
Esplode il luogo comune, i viventi non si accorgono di essere prigionieri di un monitor, vecchi e giovani, spossati dal desiderio di emergere, ritrovano nel reinventarsi la spietatezza dell’infanzia e la malvagità dell’adulto. L’ Anelante vive confinato tra le muraglie, chiuso nel recinto, senza sporgersi, pretende di conoscere il mondo, lo fa per non accorgersi della vuotezza che gli riempie la vita. Disposto a tutto, per sostenere la gerarchia di sempre usa i sistemi virtuali di cui si è impadronito
Flavia Mastrella