MARCO POLO E LE CITTÁ INVISIBILI

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 5 al 8 novembre 2026 (con anteprima mercoledì 4 novembre fuori abbonamento)
Teatro delle Muse

MARCO POLO E LE CITTÁ INVISIBILI
liberamente tratto da “Le Città invisibili” di Italo Calvino
adattamento e drammaturgia di Edoardo Erba
con Luca Zingaretti, Gianluigi Fogacci, Massimo Reale, Arianna Primavera, Camilla Diana
regia e scene di Giuseppe Dipasquale
costumi Zaira De Vincentiis
musiche Germano Mazzocchetti

produzione MARCHE TEATRO, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

A cinquant’anni dalla sua pubblicazione, Le città invisibili di Italo Calvino approda per la prima volta sui palcoscenici italiani in una riduzione di prosa organica. Non si tratta di una semplice lettura o di un reading, ma di una vera e propria reinvenzione teatrale firmata da Edoardo Erba, che trasforma l’atlante poetico di Calvino in un thriller psicologico e politico di bruciante attualità.

L’incontro tra la scrittura di Edoardo Erba e la visione registica di Giuseppe Dipasquale dà vita a un corpo a corpo serrato tra due archetipi della nostra civiltà: il potere che vuole possedere e catalogare (il Gran Kahn) e l’intelligenza che vuole interpretare e sognare (Marco Polo).

La presenza di Luca Zingaretti garantisce una profondità interpretativa capace di restituire la complessità del personaggio calviniano, rendendolo vicino, carnale, umano. Ad affiancarlo saranno quattro attori tra i quali spiccano Gianluigi Fogacci e Massimo Reale.

In un Oriente che è luogo della mente, un uomo si presenta alla corte di Kublai Kahn dichiarando di essere Marco Polo. È davvero lui o è un impostore? Il Kahn, annoiato da un impero che sente marcire tra le dita, lo sfida: sarà la forza dei suoi racconti a decidere della sua vita. In un’atmosfera sospesa tra l’interrogatorio di stato e il gioco di seduzione, Marco Polo descrive città che sembrano scaturire da un futuro che noi già abitiamo. Le città non sono più solo miraggi poetici, ma diventano diagnosi del nostro presente: metropoli soffocate dai rifiuti, reti invisibili di connessioni digitali, deserti di omologazione. Il duello prosegue fino a una rivelazione finale che scardina i confini del tempo e dell’identità. Attraverso segnali ermeneutici e incursioni nel linguaggio contemporaneo (dagli algoritmi alle sostanze indistruttibili), lo spettacolo svela come il Marco Polo di Calvino sia in realtà lo sguardo dell’uomo di oggi che osserva le macerie e le speranze della modernità. Una messa in scena che rifugge l’esotismo didascalico per puntare su un’estetica simbolica, dove la luce e il vuoto diventano i veri protagonisti del salone imperiale.

Le città invisibili è un titolo che esercita un richiamo magnetico su un pubblico trasversale: dai cultori della grande letteratura ai giovani che riconoscono in Calvino un profeta del loro tempo. È uno spettacolo che interroga la nostra capacità di vivere nelle città contemporanee, offrendo al pubblico non solo un’esperienza estetica sublime, ma anche una risposta etica alla crisi del presente: l’invito a cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e dargli spazio, e farlo crescere.

Siamo pronti a condurre il pubblico in questo affascinante e contemporaneo confronto tra culture. Lo spettacolo toccherà le principali piazze italiane in una tournée che la prima stagione, 26/27 prevede il periodo di novembre, dicembre e gennaio, per proseguire nella stagione 27/28.

GABER – MI FA MALE IL MONDO

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 26 al 29 novembre 2026
Teatro delle Muse

GABER – MI FA MALE IL MONDO

da Giorgio Gaber e Sandro Luporini
drammaturgia e regia di Giorgio Gallione
direzione musicale Paolo Silvestri
con Neri Marcorè e i pianisti/e Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri
scene e costumi Guido Fiorato
disegno luci Marco Filibeck

produzione Teatro Stabile di Bolzano, Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con Fondazione Giorgio Gaber

Neri Marcorè, assieme al regista e drammaturgo Giorgio Gallione, ha molto frequentato i materiali gaberiani. Questo ritorno è una necessità etica e artistica e un’occasione ancora più matura e consapevole per riabbracciare l’opera dell’“uomo dalle due G maiuscole”.
Prodotto da Teatro Stabile di Bolzano e Fondazione Teatro della Toscana in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber e Centro Servizi Culturali Santa Chiara, Gaber -Mi fa male il mondo porta nuovamente in scena il teatro canzone, in un’esplorazione dell’universo creativo, narrativo, etico e letterario di due grandi autori e si avvale della direzione musicale e degli arrangiamenti inediti per quattro pianoforti di Paolo Silvestri. Il disegno luci è di Marco Filibeck mentre le scene e i costumi sono di Guido Fiorato.
Per anni Giorgio Gaber e Sandro Luporini hanno radiografato con acume, spietatezza e ironia, ma pure con grande partecipazione emotiva, le mutazioni della nostra società e degli individui che la abitano. «Grande affabulatore e artista totale, Gaber ci ha accompagnato, tra privato e politico, nel cammino zoppicante e incerto verso una società che tenta di combattere contro la dittatura dell’imbecillità, del conformismo e della perenne autoassoluzione. Lo spettacolo vuole ritornare alle radici dell’ispirazione di queste opere in musica, entrando metaforicamente, e a distanza di anni, nello studio/ laboratorio/ pensatoio dove Gaber e Luporini hanno agito e prodotto pensiero per più di quarant’anni» scrive Giorgio Gallione, regista e autore della drammaturgia.
Con onestà intellettuale e una buona dose di ironia, Gaber si è spesso definito un “ladro” di intuizioni altrui, dichiarando esplicitamente il suo debito nei confronti di artisti, intellettuali e scrittori che lo hanno ispirato. L’elenco è lungo e indicativo: Pasolini, Celine, Adorno, Calvino, Berlinguer, Brecht, Beckett, Botho Strauss e tanti altri che, sapientemente distillati, hanno formato un humus ideale, un incubatore di pensieri e riflessioni illuminanti che sono poi state trasformate in canzoni e monologhi teatralissimi che ancora oggi vibrano di autenticità e addirittura di preveggenza.
Gaber – Mi fa male il mondo vede Marcorè affiancato in scena da Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri, quattro giovani/e pianiste che interpretano gli arrangiamenti curati da Paolo Silvestri dei brani che costellano lo spettacolo: “Mi fa male il mondo”, “Il sosia”, “L’uomo che sto seguendo”, “La nave”, “L’odore”, “Non è più il momento” “La festa”, “La peste”, “Si può”, “I mostri che abbiamo dentro” , “Io se fossi Dio” e “C’è solo la strada”. «Mi ha sempre colpito e affascinato la regolarità di Gaber che ogni estate, insieme a Luporini, scriveva le canzoni dello spettacolo successivo» riflette Silvestri. «È un modo di operare che mi ricorda quello dei compositori classici. […] Per questo motivo, anche se le sue canzoni sono nate alla chitarra, quando penso al suo lavoro mi viene in mente il pianoforte, che nella storia è stato lo strumento dove i musicisti hanno scritto per orchestra e per ogni sorta di formazione strumentale e vocale, e naturalmente, dove hanno immaginato il teatro musicale. Il pianoforte è come la macchina da scrivere per uno scrittore. In questo spettacolo ce ne sono addirittura quattro: abbiamo moltiplicato quest’idea, formando una vera e propria orchestra di pianoforti».

Note di regia e drammaturgia
«Sogno, utopia, libertà, democrazia, etica, pensiero, partecipazione, appartenenza, idea, ideologia sono alcune delle parole e dei concetti identitari e ricorrenti nella scrittura di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Una incessante, laboriosa, impietosa ricerca di senso e di verità, mai autoassolutoria, che fosse guida e sostegno ai comportamenti umani e civili del vivere contemporaneo. Il tutto dentro quella modalità artistica ed espressiva che i due artisti hanno prima creato e poi perfezionato per più di 40 anni: il Teatro Canzone, una forma e un linguaggio teatrale per musica e parole che vide Gaber geniale front man e Luporini lucidissimo tessitore. Un lascito ricchissimo di canzoni e monologhi, intuizioni e svelamenti che ancora oggi vibrano di verità quasi preveggenti. A tutto questo il nostro spettacolo si ispira, riprendendo e rielaborando i loro materiali in una forma musicale per quattro pianoforti, quasi cameristica perciò, rinnovata e compatta, in un certo qual modo “fuori dal tempo “. Sarà ancora Neri Marcorè a portare sulla scena queste creazioni in musica, sempre così vibranti e fertili di pensiero e di vita, profonde e giocose insieme, costantemente ironiche ma mai prevedibili o digestive. È come continuare un percorso iniziato anche per noi, assieme ormai vent’anni fa, con “Un certo signor G”, continuato con “Eretici e corsari” e poi proseguito da Neri in decine di concerti sempre con le canzoni di Gaber a innervare il cammino. “Gaber – Mi fa male il mondo” questo vuole essere: un ritorno, forse più maturo e consapevole, ad una lingua teatrale ancora così attuale e necessaria andando a cercarne le radici letterarie (Pasolini, Calvino, Gramsci, Galeano, Berlinguer, Celine, Saramago e tanti altri) e recuperando anche testi e canzoni meno note o consuete per reinterpretarle oggi con sincerità, rigore e con la nostra sensibilità umana e artistica.»
Giorgio Gallione

ORLANDO, la commedia

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 17 al 20 dicembre 2026 (con anteprima mercoledì 16 dicembre fuori abbonamento)
Teatro delle Muse

ORLANDO, la commedia

di Giuseppe Dipasquale

liberamente ispirato al romanzo di Virginia Woolf

regia di Giuseppe Dipasquale

con Viola Graziosi, Arturo Cirillo, David Coco
e con (in o.a.) Cesare Biondolillo, Irene Ciani, Ginevra Pisani, Giacomo Vigentini
scene di Antonio Fiorentino
costumi di Stefania Cempini
movimenti coreografici Camilla Montesi
produzione MARCHE TEATRO, Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Palermo
con il sostegno di SIAE

Se Shakespeare ha insegnato al mondo la fluidità dell’identità e il gioco del travestimento (da La Dodicesima Notte a Come vi piace), Orlando ne è l’erede spirituale e letterario assoluto.
Pubblicato originariamente nel 1928, Orlando, uno dei romanzi più noti di Virginia Woolf, fornisce uno splendido esempio di sperimentazione modernista con il genere e la narrazione.
Orlando, giovane e melanconico cortigiano dell’epoca di Elisabetta I, nel corso di quasi quattro secoli non solo si troverà a vivere diverse vite, in varie e suggestive epoche storiche che vanno dal XVII al XX secolo, ma anche a cambiare sesso, diventando così una donna.
Orlando è un giovane nobile elisabettiano che ama scrivere poesie tanto quanto cacciare, lottare con i cani domestici e concedersi una bella baldoria notturna. Dopo essere stato favorito dalla stessa regina Elisabetta, si innamora tragicamente. Ma mentre si prende cura di un crepacuore durato decenni, Orlando si rende conto che la poesia offre poco conforto.
Nel XVIII secolo fugge dall’Inghilterra come ambasciatore in Turchia, dove dopo una misteriosa malattia si risveglia come donna, ma non ancora come autore pubblicato. Mentre le arti della lettura, della scrittura e della critica si espandono, le aspirazioni poetiche di Orlando rimangono frustrate fino al XX secolo, quando, tornata in Inghilterra, trova finalmente l’amore, la vita e la sua voce.
È una storia sulla trasformazione. Quella temporale, quella di genere, quella vitale dove la metafora del viaggio si intreccia con i campi di indagine della semantica cognitiva, della teoria del genere.
Proponiamo Orlando, la commedia tratto dal romanzo di Virginia Woolf, nell’adattamento teatrale e regia di Giuseppe Dipasquale, con Viola Graziosi, Arturo Cirillo e David Coco: la nostra riduzione teatrale spoglia il romanzo per esaltarne il ritmo scenico e la fluidità di genere. Attraverso una metamorfosi a vista, lo spettacolo fonde estetica elisabettiana e urgenza contemporanea in un atto visivo potente.
Il meccanismo scenico: L’opera è concepita come una commedia a più personaggi, dove il cambio di epoca e di genere avviene a vista, attraverso l’uso sapiente della parola e del corpo, evocando la magia potente del teatro.
La drammaturgia: Il testo esalta l’ironia e la poesia visionaria, trasformando la biografia fantastica in un’indagine contemporanea sul “Chi siamo?”. La metamorfosi di Orlando da uomo a donna diventa il perno drammaturgico per esplorare la libertà dell’individuo contro le convenzioni sociali di ogni epoca.
La Woolf costituisce in questo un precedente per il filosofo francese Michel Foucault, che sosteneva anche che il genere è una questione di costumi sociali. Inoltre “Orlando” rappresenta una storia d’amore queer pionieristica nella letteratura. Il romanzo sfida coraggiosamente le norme sociali riguardanti l’amore e le relazioni descrivendo il romanticismo tra persone dello stesso sesso privo di sensazionalismi e moralizzazioni.

IL SINDACO DEL RIONE SANITÁ

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 14 al 17 gennaio 2027
Teatro delle Muse

IL SINDACO DEL RIONE SANITÁ

di Eduardo De Filippo

regia di Geppy Gleijeses

con Geppy Gleijeses, Pino Micol, Ciro Capano e altri attori/attrici da definire
scene Roberto Crea
costumi Chiara Donato
light designer Francesco Grieco
musiche Matteo D’Amico

produzione Dear Friends, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Note di regia
Nel novembre del 1973 Eduardo riprese al San Ferdinando “Il sindaco del Rione Sanità”. In quella compagnia figurava anche mia sorella Marilù Prati, che poi per Eduardo interpretò anche, per la ripresa televisiva del 1975 “Na Santarella” di Eduardo Scarpetta nel ruolo della protagonista. Io nel ‘73 avevo 19 anni e da un anno mi cimentavo in esperienze semiprofessionistiche dedicandomi in particolare modo al ruolo di Pulcinella. Della ripresa teatrale del ‘73 del “sindaco” io vidi 12 repliche al San Ferdinando, sfruttando qualche omaggio di mia sorella o pagando con i miei risparmi. Regolarmente in “piccionaia”. La mia passione per questa commedia era smisurata come il rapimento che Eduardo suscitava in me con la sua magnetica, quasi mistica interpretazione. Incredibilmente in quei giorni, il medico di Eduardo, Eugenio D’Angelo, mi invita a casa sua per conoscere il Maestro. Naturalmente quell’incontro mi ha segnato la vita. Oggi come allora: ho goduto della sua stima, mi volle con lui, mi concesse diritti di rappresentazione e infine revocò per me il veto alle sue opere, ed io nei miei 50 anni di teatro ho interpretato 7 sue commedie, prima con il suo benestare, poi con quello del mio amico Luca, che tanto manca a me e al teatro italiano, ed ora grazie a Tommaso che così amorevolmente e con grande competenza amministra l’immenso patrimonio. E così, a 72 anni, un anno meno di quanti ne aveva Eduardo allora, realizzo il sogno di interpretare “Il sindaco”, la commedia a cui egli era più legato, come confessò a Sergio Lori tanti anni fa. Chiariamo subito che la camorra con “Il sindaco del rione Sanità” non c’entra nulla. Antonio Barracano è “un uomo d’onore” che per buona parte della sua vita si era dedicato a comporre dissidi, amministrando una forma di giustizia alternativa a quella dello Stato, uno Stato che condannava gli innocenti e spesso non aveva pietà. Il suo personaggio era ispirato a un uomo realmente esistito: si chiamava Campoluongo. Ma lasciamo parlare Eduardo: “Questi Campoluongo non facevano la camorra, erano mobilieri. Lui veniva sempre a tutte le mie “prime”, si sedeva restando in silenzio, beveva con me un caffè, mi salutava sempre rispettosamente e poi se ne andava”. Il nodo della commedia è che Antonio Barracano difende i più deboli perché “la legge non ammette ignoranza. E allora non ammette tre quarti di popolazione”. Commedia simbolica, politica, quasi didattica, ma che a mio avviso pretende di essere affrontata di petto, affondando le mani nel male, nella sofferenza e, a volte, nel sangue. Ma commedia non tragedia: in essa sono presenti alcune delle più belle battute dell’Autore, ad esempio, rivolto ad Arturo Santaniello: “Vuie tenite nu difetto… .me site antipatico!” Avrò al mio fianco un grande attore come Pino Micol nel ruolo del medico, Pasquale Della Ragione, e un compagno di scena a cui sono molto legato, Ciro Capano, che interpreterà Arturo Santaniello, l’uomo che il destino mette di fronte a Barracano. Con loro un gruppo di bravissimi attori napoletani. Non è vero che “non ne nascono più”, ce ne sono tanti, solo che bisogna non essere miopi e saperne esaltare le qualità. E in questa avventura mi sostiene ancora una volta il Teatro Nazionale di Napoli, guidato con grande talento da Roberto Andò affiancato dal direttore organizzativo Mimmo Basso. C’è in questa commedia la più bella uscita di scena di un personaggio eduardiano: a Vicienzo ‘o Cuozzo che implorando perdono gli chiede la mano, Eduardo-Barracano risponde, mentre come in una tragedia greca va a morire fuori scena, “No, ‘a mano no”.
Da 52 anni quella battuta aumenta i battiti del mio cuore e mi ricorda che cos’è “Il Grande Teatro”.

LE FALSE CONFIDENZE

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 28 al 31 gennaio 2027 (con anteprima mercoledì 27 febbraio fuori abbonamento)
Teatro delle Muse

LE FALSE CONFIDENZE

di Pierre de Marivaux

regia di Arturo Cirillo

con Elena Sofia Ricci e Arturo Cirillo
e con (in o.a.) Rosario Giglio, Giacinto Palmarini, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini
assistente alla regia Mario Scandale
scene Dario Gessati e assistente scenografo Stefano Pes
costumi Gianluca Falaschi e costumista collaboratrice Anna Missaglia
disegno luci Pasquale Mari
suono Federico Mezzana

produzione MARCHE TEATRO, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Catania

Le false confidenze è un testo che rasenta la perfezione, a volte capita che nella drammaturgia di un autore ci sia un’opera che abbia un raro e felice equilibrio. Un testo in cui tutti i personaggi hanno una loro identità e importanza, in cui il tema, oltre la trama, è particolarmente messo a fuoco ed esposto con grande coerenza, con la lucidità con cui si dimostra un teorema. Con Molière ho avuto questa impressione lavorando su La scuola delle mogli, con Marivaux con Le false confidenze. Molière è grottesco e viscerale, e sottende spesso un discorso su la malattia, Marivaux è invece abitato da sentimenti molto interiorizzati, che coinvolgono il cuore quanto la testa. Le false confidenze (dove già il titolo è un ossimoro) è un modernissimo trattato psicoanalitico sul tema dell’innamoramento, in cui non vi è malattia né esasperazione, ma un gioco sottile ed ambiguo tra il falso (le confidenze) e il vero (il cuore), in cui può accadere d’incominciare ad innamorarsi senza accorgersene. I personaggi sono legati tra loro da legami piuttosto ambigui, e la consegna di un ritratto è forse il vero snodo della vicenda. Che cos’è un ritratto? Non è la persona in sé ma la sua rappresentazione, lo sguardo del pittore sul modello, una creazione che aspira ad essere verosimile pur essendo inesorabilmente falsa. Siamo più sinceri quando sappiamo di stare mentendo, o quando invece non vogliamo, o non riusciamo, a riconoscere la verità dentro di noi? Questo sembra chiederci Marivaux, usando i mezzi del teatro. Un giovane inganna una vedova, per avere il suo cuore e le sue ricchezze, ma in fondo ne è sinceramente innamorato. Un servo mette sù un tranello mosso dal gusto un po’ sadico di far crollare una austera e molto razionale signora, montando un confronto amoroso del quale vorrebbe in fondo essere uno dei protagonisti e non solo il burattinaio. Poi vi è una signora in vedovanza che non vuole riconoscere quanto ancora la vita ha da offrirgli, e quanto dovrà compromettersi sotto l’influsso dell’amore.
Ma tutti i personaggi di questa meravigliosa, e davvero contemporanea, commedia, si muovono tra il loro sé e la propria rappresentazione: come in un ritratto, per l’appunto.
Arturo Cirillo

GLI INNAMORATI

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 11 al 14 febbraio 2027
Teatro delle Muse

GLI INNAMORATI

di Carlo Goldoni
adattamento e regia Roberto Valerio
con Claudio Casadio, Loredana Giordano, Valentina Carli, Leone Tarchiani, Maria Lauria, Lorenzo Carpinelli, Damiano Spitaleri, Alberto Gandolfo
scene e costumi Guido Fiorato
musiche Paolo Coletta
light designer Michele Lavanga

produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri, La Contrada Teatro Stabile di Trieste, La Pirandelliana
in collaborazione con Comune di Verona, Estate Teatrale Veronese

Roberto Valerio dirige Claudio Casadio, Loredana Giordano, Valentina Carli e Leone Tarchiani firmando un nuovo adattamento de Gli Innamorati, uno dei capolavori di Carlo Goldoni.
Gli Innamorati è una storia d’amore universale, sfaccettata e attualissima, i cui protagonisti sono più vicini alla nostra contemporaneità di quanto si possa pensare.
Un amore dietro al quale si celano contraddizioni e tensioni, così come contraddittori sono i personaggi, alcuni caratterizzati da personalità razionali e “borghesi”, altri più istintivi e impulsivi, contrapposti nei loro atteggiamenti e nel loro modo di affrontare la vita.

note di regia
Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’io vi presento; ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi.
Così Carlo Goldoni introduce la sua commedia al lettore, e in questa breve frase c’è davvero tutto il succo dell’opera. Due giovani innamorati (Eugenia e Fulgenzio) ci mostrano come un amore dolce, limpido e senza inganni si possa trasformare senza alcun motivo in folle gelosia: da qui nascono una serie di ripicche, furibonde liti, alternate a dolci riappacificazioni e languidi desideri.
Esiste un tema più universale e contemporaneo di questo?
Chi di noi non ha sofferto, penato per amore rendendosi anche ridicolo agli occhi degli altri? Quale altro sentimento scuote e dilania le nostre anime quanto l’amore folle?
Diventa allora necessario rimettere in scena questo capolavoro goldoniano che ci rammenta quanto ancora oggi ci sia di sciocco, buffo, nei nostri comportamenti durante un innamoramento; ma anche quanto si possa essere fragili, indifesi e alla mercè delle onde del cuore.
Goldoni non si accontenta di raccontare in modo semplice la vicenda, al contrario ci presenta una magnifica galleria di personaggi intorno ai due giovani amanti che consigliano, rimproverano, ingarbugliano ancor di più la vicenda. Il campione assoluto nel creare scompiglio e nel creare strade drammaturgiche aggrovigliate, è Fabrizio (lo zio di Eugenia), magnifica maschera di chiacchierone, bonario bugiardo che esalta e magnifica tutte le persone che lo circondano provocando ilarità degli altri personaggi e di riflesso del pubblico.
Con una scenografia contemporanea e costumi moderni, nasce uno spettacolo asciutto, diretto, senza fronzoli, che mescola leggerezza, risate, momenti di grande commedia a cupe atmosfere per poter rappresentar un amore più violento di tutti gli altri; uno spettacolo in cui trionfa il Teatro e la magnifica macchina teatrale inventata dal più grande drammaturgo italiano, capace con un testo scritto nel 1759, di parlare ancora oggi alle persone sedute in platea.
Roberto Valerio

LA GOVERNANTE

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 18 al 21 febbraio 2027 (con anteprima mercoledì 17 febbraio fuori abbonamento)
Teatro delle Muse

Franco Branciaroli e Giovanna Di Rauso

LA GOVERNANTE

di Vitaliano Brancati

regia di Valerio Santoro

produzione Teatro Biondo Palermo, MARCHE TEATRO

Ci sono dei testi che resistono al tempo, come pietre d’inciampo piantate nel cuore della coscienza collettiva. La governante di Vitaliano Brancati è uno di questi. Scritto nel 1952, sepolto dalla censura per oltre un decennio, torna oggi con la forza tagliente di un’opera che ha ancora molto da dire. Brancati ci consegna un dramma che scava nei meccanismi sotterranei del perbenismo, nei silenzi della morale imposta, nella colpa come strumento di controllo sociale. Lo fa con una struttura teatrale apparentemente classica, nella quale i piccoli incidenti e i grandi malintesi – alla maniera di Čechov – si trasformano in detonatori emotivi. Ma dietro la forma sobria si nasconde una materia incandescente.

Caterina Leher, la governante francese, appare subito come una figura di rigore etico e spirituale. In realtà, è l’emblema della frattura tra ciò che siamo veramente e ciò che ci è permesso di essere. Vive la propria omosessualità come un peccato, un’ombra che deve restare nascosta, anche a costo di calunniare un’altra donna per salvarsi. Il suo gesto la condanna e allo stesso tempo la rivela: la tragedia è già consumata nel momento in cui mente per sopravvivere.

Ma La governante non è solo la storia di Caterina, è il ritratto di un intero mondo – la borghesia meridionale trapiantata a Roma – che si dibatte tra decoro e colpa, tra apparenza e rimozione. Leopoldo Platania, patriarca in rovina morale, ha sacrificato una figlia sull’altare della sua “morale”. Ogni personaggio è una maschera tragica, indossata per paura del giudizio.

La nostra messa in scena non vuole modernizzare La governante, vuole restituirla per quello che è: un dramma crudele e lucidissimo, che racconta come l’intolleranza si celi spesso dietro le forme più rassicuranti. Il regista Valerio Santoro non attualizza, non aggiorna: affronta il testo così com’è, lasciandolo agire nella sua lingua netta, ironica, spietata. La sua contemporaneità è già lì, nei non detti, negli sguardi, nella vergogna che diventa destino. Mettere in scena La governante oggi significa interrogarsi su quanto siamo disposti a tollerare la verità, soprattutto quando ci riguarda. Questo spettacolo vuole essere un omaggio a Brancati e al suo coraggio, ma anche un atto di responsabilità. Perché il teatro, oggi come allora, ha il dovere di togliere la polvere dal conformismo, di sfidare le certezze e, soprattutto, di porre domande scomode.

PECCATO CHE FOSSE UNA SGUALDRINA

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 11 al 14 marzo 2027
Teatro delle Muse

PECCATO CHE FOSSE UNA SGUALDRINA

di John Ford

traduzione Gianni Garrera

adattamento Luca De Fusco e Gianni Garrera

con Alessandro Balletta, Debora Bernardi, Francesco Biscione, Andrea Codognato, Pierluigi Corallo, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Gianluca Merolli, Pierluigi Misasi, Sara Putignano, Mersila Sokoli
regia Luca De Fusco

aiuto regia Lucia Rocco

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta

luci Gigi Saccomandi

musiche Ran Bagno

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

“Peccato che sia una sgualdrina”, è una tragedia del drammaturgo John Ford, il cui titolo talvolta è tradotto “Peccato che fosse una puttana”. Il dramma racconta l’amore incestuoso tra Giovanni e la sorella Annabella e le tragiche conseguenze quando il marito di lei, Soranzo, scopre la verità: Giovanni uccide Annabella e si fa poi ammazzare da Soranzo. È un’opera di grande tensione drammatica dove la passione proibita si contrappone a un mondo ipocrita e corrotto. Alla fine i due fratelli innamorati sembrano gli unici animati da un sentimento positivo come l’amore.
Questo testo maledetto ha esercitato il suo ambiguo fascino su registi come Luchino Visconti, che ne fece una celebre messa in scena a Parigi con Romy Schneider e Alan Delon, su Patroni Griffi, che ne trasse un film con Charlotte Rampling e Fabio Testi intitolandolo “Addio, fratello crudele”, e anche Luca Ronconi che intitolò lo spettacolo “Peccato che fosse una puttana”, così come ho scelto di fare Luca De Fusco che ne firma la regia.
Luca De Fusco negli anni scorsi ne ha realizzata una versione per il Teatro Olimpico di Vicenza e ora la ripropone con Mersila Sokoli, vincitrice nella sezione emergenti del Premio Maschere del Teatro Italiano 2025 e Gianluca Merolli che si ricorda, tra l’altro, come protagonista de “Gli spettri” del grande maestro Tuminas.
L’ambientazione è astratta e basata su giochi di specchi e video proiezioni.

AMADEUS

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 1 al 4 aprile 2027
Teatro delle Muse

Ferdinando Bruni

AMADEUS

di Peter Shaffer

uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
traduzione di Ferdinando Bruni

costumi di Antonio Marras

con Ferdinando Bruni, Daniele Fedeli, Valeria Andreanò, Michele Di Giacomo, Matteo de Mojana, Alessandro Lussiana, Ginestra Paladino, Umberto Petranca, Luca Toracca 

luci Michele Ceglia

suono Gianfranco Turco

produzione Teatro dell’Elfo con il contributo di NEXT Laboratorio delle idee per la Produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo

Amadeus di Peter Shaffer, nella versione registica di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia (che ha debuttato nel gennaio 2025 all’Elfo Puccini e ha già attraversato con successo numerose piazze italiane), prosegue la sua vita artistica anche nel 2027 con repliche a Milano e in tour.

La storia (o meglio la leggenda) da cui prese le mosse l’autore è nota: Antonio Salieri, maturo e affermato musicista, avvelena per invidia il giovane genio Mozart. Il testo, al suo debutto al National Theatre di Londra nel 1979, ebbe un grande successo, confermato poco dopo a New York, dove ottenne numerosi riconoscimenti (tra cui i Tony Award come miglior spettacolo, miglior regia a Peter Hall e miglior attore a Ian McKellen). Ma ciò che rese universalmente celebre l’opera (e la leggenda su cui si fonda) fu il film di Miloš Forman (alla cui sceneggiatura lavorò anche Shaffer), che quarant’anni fa si aggiudicò otto premi Oscar.

La regia di Bruni/Frongia esalta la forza del testo, che ha il ritmo, la profondità e la tensione di un classico, imprimendogli l’andamento di un capriccio allucinato e sontuoso, un sogno tragicomico che piano piano assume i contorni perturbanti di un incubo.

Ferdinando Bruni è Salieri che, attraversando le età della vita, come un deus ex-machina evoca dal passato i personaggi della ‘sua’ storia. Accanto a lui Daniele Fedeli, l’attore-rivelazione di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte nel ruolo del giovane irriverente e sboccato Mozart. Antonio Marras firma i costumi e veste gli interpreti con sontuosi abiti di un ‘700 immaginario dagli inserti molto contemporanei. La scena è un salone, trasfigurato dalle proiezioni di una sorta di lanterna magica, nella quale si muovono musicisti, nobili e dignitari della corte di Giuseppe II: Riccardo Buffonini (sostituito dal 24 gennaio da Michele Di Giacomo), Matteo de Mojana, Alessandro Lussiana, Ginestra Paladino, Umberto Petranca, Luca Toracca e la giovane Valeria Andreanò, nel ruolo di Constanze, la moglie di Mozart.

I WEEK-END AL MARE

inizio spettacoli ore 20.30 – domenica ore 16.30

dal 15 al 18 aprile 2027 (con anteprima mercoledì 14 aprile fuori abbonamento)
Teatro delle Muse prima nazionale

Francesco Acquaroli, Roberto Ciufoli, Giulia Fiume, Lorenza Indovina, Stefania Micheli, Tullio Sorrentino

I WEEK-END AL MARE

drammaturgia e regia di Antonio Manzini

produzione MARCHE TEATRO

I week end al mare è una commedia amara che vede protagoniste due coppie di quasi sessantenni provenienti dalla Roma bene, quella dei soldi di famiglia, non quell’alta borghesia colta e snob e laureata, ma l’alta borghesia dei “bottegai”, dei palazzinari. A Roma li definiscono anche come generoni, e hanno interessi solo nel denaro e nel consumarlo negli acquisti più disparati. Amano il lusso, detestano tutto ciò che anche lontanamente possa definirsi culturale, parola che aborrono e temono quanto un virus. Sono abituati a comandare, a farla sempre franca, a non essere allo stesso livello degli altri cittadini. E di solito, i maschi di queste famiglie, si sono uniti con donne appartenenti sempre alla classe sociale più alta, ma magari figlie di professionisti, avvocati, notai e medici che però, negli anni ’80, dovevano sposare il patrimonio. Andava così.

Filippo e Elena, Massimo e Bianca e il fratello di Massimo, Roberto, che per quel week end porta in casa una sua nuova conquista, Claudia.

La storia dei week end al mare è tutta nei rapporti malati, fradici, muffiti che hanno consumato e consumano queste coppie. All’alba di una nuova era che parla un’altra lingua, che ha altri interessi, che vede altrove qualità e modelli cui ispirarsi, loro risultano dei fossili inchiodati ai loro meccanismi e ai loro convincimenti. Ma se nei maschi non c’è neanche la percezione del fallimento di una vita, nelle donne il convincimento è totale.  C’è dunque di fondo una incomunicabilità dei sentimenti, una impossibilità di intesa anche fra i sessi. I maschi sono rimasti lì, piantati alle loro abitudini, ai loro giochini, ai loro scherzi post adolescenziali. Per le donne il sospetto di aver buttato l’esistenza è diventato una certezza. L’anima di questi personaggi si mette a nudo, malgrado loro, in una delle tante abitudinarie giornate che passano al mare nei week end invernali. Giornata che si rivelerà un vero e proprio massacro, una macelleria dei sentimenti cui assisterà l’unica persona che non fa parte di questo consesso sociale: Claudia, una ragazza giovane portata nella villa da uno di loro, tronfio di mostrare la sua nuova conquista. Lei spettatrice allucinata di questa carneficina, servirà forse da specchio alle altre due donne vicine, prossime ad una presa di coscienza.

La lingua che parlano le due coppie e il fratello “rimorchione” è un romanesco finto, fatto di assonanze con il vero dialetto e che ricopia ad orecchio parlate comiche di film e sceneggiati televisivi di basso cabotaggio. La sensazione che lo spettacolo dovrebbe dare non è quella del distacco, non vuole solo una semplice critica del pubblico, facile e quasi scontata, ma vuole suggerire che psicologie e sensibilità simili sono quelle di molti dei nostri amici o conoscenti, magari ad altre latitudini e in altre realtà, che insomma questi tizi fanno parte della nostra società invecchiata male e ferma su dei valori retrogradi quando non addirittura reazionari; una società che ci ha portato alla crisi che viviamo non solo economica e culturale, ma anche e soprattutto umana. Lo spazio dei sentimenti è sempre più stretto, soffocato. L’altro è un nemico da evitare o sconfiggere, la chiusura del proprio orto non può che portare all’avvizzimento e all’abbrutimento. Nei loro castelli dorati non entra più la vita, anzi fugge via. E mentre si godono un vino di ottima annata, il cielo attraverso le finestre della villa si oscura fino a diventare nero, il nero di una notte buia e profonda accompagnata da un temporale di biblica memoria. Questo è il futuro che ci aspetta se non usciamo da questo medioevo fatto di castelli coi ponti levatoi tirati su, dalla disattenzione al bello che ci circonda, dall’arroganza dell’uso del potere, dall’assenza totale del gusto, dalla volgarità dei mezzi espressivi di massa, dall’attenzione nevrotica verso il voto dei figli o la loro performance sportiva, ricorrendo in caso al tar se non soddisfatti delle aspettative, dimenticando però di educarli a essere degli individui migliori. I Week end al mare è questo. È un po’ un Titanic per una società che sta tagliando aria e risorse alle generazioni future e che forse farebbe bene a schiantarsi contro un iceberg.