Orlando, la commedia
di Giuseppe Dipasquale
liberamente ispirato al romanzo di Virginia Woolf
regia di Giuseppe Dipasquale
con Viola Graziosi, Arturo Cirillo, David Coco
e con (in o.a.) Cesare Biondolillo, Irene Ciani, Ginevra Pisani, Giacomo Vigentini
scene di Antonio Fiorentino
costumi di Stefania Cempini
movimenti coreografici Camilla Montesi
produzione MARCHE TEATRO, Teatro Stabile di Catania, Teatro Biondo Palermo
con il sostegno di SIAE
scheda
Se Shakespeare ha insegnato al mondo la fluidità dell’identità e il gioco del travestimento (da La Dodicesima Notte a Come vi piace), Orlando ne è l’erede spirituale e letterario assoluto.
Pubblicato originariamente nel 1928, Orlando, uno dei romanzi più noti di Virginia Woolf, fornisce uno splendido esempio di sperimentazione modernista con il genere e la narrazione.
Orlando, giovane e melanconico cortigiano dell’epoca di Elisabetta I, nel corso di quasi quattro secoli non solo si troverà a vivere diverse vite, in varie e suggestive epoche storiche che vanno dal XVII al XX secolo, ma anche a cambiare sesso, diventando così una donna.
Orlando è un giovane nobile elisabettiano che ama scrivere poesie tanto quanto cacciare, lottare con i cani domestici e concedersi una bella baldoria notturna. Dopo essere stato favorito dalla stessa regina Elisabetta, si innamora tragicamente. Ma mentre si prende cura di un crepacuore durato decenni, Orlando si rende conto che la poesia offre poco conforto.
Nel XVIII secolo fugge dall’Inghilterra come ambasciatore in Turchia, dove dopo una misteriosa malattia si risveglia come donna, ma non ancora come autore pubblicato. Mentre le arti della lettura, della scrittura e della critica si espandono, le aspirazioni poetiche di Orlando rimangono frustrate fino al XX secolo, quando, tornata in Inghilterra, trova finalmente l’amore, la vita e la sua voce.
È una storia sulla trasformazione. Quella temporale, quella di genere, quella vitale dove la metafora del viaggio si intreccia con i campi di indagine della semantica cognitiva, della teoria del genere.
Proponiamo Orlando, la commedia tratto dal romanzo di Virginia Woolf, nell’adattamento teatrale e regia di Giuseppe Dipasquale, con Viola Graziosi, Arturo Cirillo e David Coco: la nostra riduzione teatrale spoglia il romanzo per esaltarne il ritmo scenico e la fluidità di genere. Attraverso una metamorfosi a vista, lo spettacolo fonde estetica elisabettiana e urgenza contemporanea in un atto visivo potente.
Il meccanismo scenico: L’opera è concepita come una commedia a più personaggi, dove il cambio di epoca e di genere avviene a vista, attraverso l’uso sapiente della parola e del corpo, evocando la magia potente del teatro.
La drammaturgia: Il testo esalta l’ironia e la poesia visionaria, trasformando la biografia fantastica in un’indagine contemporanea sul “Chi siamo?”. La metamorfosi di Orlando da uomo a donna diventa il perno drammaturgico per esplorare la libertà dell’individuo contro le convenzioni sociali di ogni epoca.
La Woolf costituisce in questo un precedente per il filosofo francese Michel Foucault, che sosteneva anche che il genere è una questione di costumi sociali. Inoltre “Orlando” rappresenta una storia d’amore queer pionieristica nella letteratura. Il romanzo sfida coraggiosamente le norme sociali riguardanti l’amore e le relazioni descrivendo il romanticismo tra persone dello stesso sesso privo di sensazionalismi e moralizzazioni.
note di regia
Note di Regia per la messinscena di “Orlando, la commedia ”
di Giuseppe Dipasquale
La messinscena di Orlando si configura innanzitutto come un viaggio attraverso la fluidità dell’essere, una sfida radicale alle categorie fisse del tempo, dello spazio e del genere biologico. Mettere in scena questa materia letteraria non significa semplicemente illustrare la biografia di un personaggio immortale che attraversa quattro secoli di storia, bensì tradurre in dinamica teatrale l’atto stesso del mutamento continuo. Il fulcro dell’intera operazione risiede nella transizione, intesa non come momento di passaggio da uno stato all’altro, ma come condizione permanente dell’esistenza del protagonista.
Lo spazio scenico deve riflettere questa instabilità strutturale. Si rinuncia a una scenografia descrittiva per abbracciare un’architettura della mente, uno spazio vuoto ma fortemente evocativo, dominato da elementi capaci di riflettere, deformare o sdoppiare l’immagine. Grandi superfici, larghi come muri di un teatro e un uso geometrico della luce pittorica permetteranno di creare una scatola scenica flessibile, capace di mutare istantaneamente dalla fredda e rigida corte elisabettiana alle calde e fumose atmosfere di Costantinopoli, fino alla solitudine novecentesca della modernità.
La metamorfosi è un risveglio interiore, una rivelazione silenziosa che trova il suo compimento in un rituale di svestizione e rivestizione operato davanti agli occhi del pubblico, in cui i generi si fondono senza alcuna frizione o parodia, celebrando la complessità androgina dell’animo umano.
La recitazione richiederà agli interpreti un lavoro di straordinaria precisione stilistica, sospeso tra il distacco epico e la più vibrante verità emotiva. Chi interpreta Orlando deve possedere una qualità attoriale quasi liquida, capace di incarnare la spensieratezza e l’ardore del giovane cortigiano e, con un impercettibile cambio di postura e di respiro, la profonda e malinconica consapevolezza della donna matura. Non si cerca il mimetismo di genere, né si vuole cadere nel gioco del travestimento superficiale; si persegue invece una verità trans-generica, dove la voce e il gesto superano i confini del maschile e del femminile per attingere a un’umanità universale. I personaggi che orbitano attorno a Orlando, dalla sfuggente Sasha all’ironico Arciduca, fino all’avventuroso Shelmerdine, devono muoversi con partiture di movimento fortemente stilizzate, quasi coreografiche, che accentuino la loro natura di proiezioni della memoria o di icone di un’epoca passeggera.
L’universo sonoro dello spettacolo gioca un ruolo cruciale nel connettere le diverse epoche storiche. La partitura acustica fonderà elementi di musica barocca, frammenti di clavicembalo eseguiti dal vivo o alterati elettronicamente, e tappeti sonori contemporanei fatti di frequenze industriali e rumori d’ambiente digitali. Questo anacronismo musicale continuo serve a ricordare allo spettatore che l’Orlando che scrive poesie nel Seicento è lo stesso individuo che si ritrova a guidare un’automobile nel Novecento. I suoni della natura, come il vento della brughiera o lo scricchiolio del ghiaccio che si spezza, si mescoleranno ai versi poetici pronunciati dai personaggi, trasformando la parola stessa in materia sonora e ritmica. Attraverso lo sguardo di Orlando, il teatro diventa lo specchio ideale in cui osservare la vanità delle convenzioni sociali, l’illusorietà delle barriere di genere e la straordinaria bellezza di un’esistenza che si rifiuta di farsi rinchiudere in una sola forma. Lo spettacolo vuole restituire al pubblico non una risposta definitiva sull’identità, ma lo stupore profondo di fronte al mistero di una vita che attraversa il tempo restando fedele unicamente al proprio inafferrabile desiderio di poesia e di infinito.

